Editoriale
MARMOLÉDA N. 2 Giugno 2005 (24)
Due elementi percorrono nell’occasione le pagine di Marmoléda: da un lato la responsabilità del comunicare e del rammentare, del riproporre insomma la memoria dei fatti che hanno portato all’Italia democratica; dall’altro la riaffermazione di un imperativo, quello di affidare -anche attraverso la musica e la cultura-ad un rinnovato protagonismo giovanile il futuro della stessa Italia democratica (non a caso il Presidente Ciampi ne parla in riferimento ad un’Europa assai inquieta).
Le nostre lettrici ed i nostri lettori così troveranno gli interessanti articoli di Lucio Finco e di Sergio Piovesan su alcuni canti dell’epopea alpina, con i cui protagonisti di ieri e di oggi il Coro ha avuto ed avrà quest’anno significativi momenti di condivisione. E, quasi simmetricamente, la comunicazione di Paolo Pietrobon relativa al coinvolgimento degli studenti veneziani su un progetto didattico collegato alla tradizione e al canto popolare, e l’annuncio, in sesta pagina, di una “leva”, di una selezione cioè di voci giovani che possano rinvigorire l’impegno ed i risultati del nostro coro. Non mancano per altro le consuete rubriche, tra le quali vogliamo evidenziare, perché segno di attenzione sul nostro foglio, l’ angolo della posta.
Ma questo editoriale non sarebbe completo senza un’attenzione esplicita al fatto, richiamato nella premessa al suo articolo da Piovesan, che nel 2005 si celebra la ricorrenza dei sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Evento disumano come gli altri suoi simili, più di altri essa fu terribile per essere stata concepita da una perversa concentrazione di pensiero intollerante ed etnocida, quello nazista, poi colpevolmente imposto al popolo italiano dal fascismo nostrano. Ricorrenza che proprio per questo non può lasciare nella penombra l’altro fatto costitutivo della nostra bella Italia: la Resistenza, che fu anche di tanti soldati italiani, al nazifascismo, soprattutto nei micidiali anni 1943/45.
Senza di essa, la conclusione per noi disastrosa di una guerra tremenda sarebbe stata pure la triste evidenza di un paese sconfitto e poco affidabile e, concretamente, avrebbe lasciato città ed industrie delle regioni che attendevano l’arrivo degli alleati in balìa di chissà quali e quanto più distruttive azioni da parte delle forze tedesche, avvelenate dal risentimento antiitaliano e dall’avvisaglia ormai riconoscibile della storica sconfitta.
Del resto la vicenda resistenziale non è rimasta estranea al “nostro mondo”: suggerisco ad amici e lettori di riascoltare, a tal proposito, il Bella ciao armonizzato da Gianni Malatesta, a mio parere un’architettura trionfale e drammatica tratteggiata intorno alla coscienza di ciò che fu la “costrizione al fascismo” prima, e poi la “liberazione dal fascismo”, paragonabile alla feconda coerenza con cui lo scultore falcadino Augusto Murer ha impresso in piazze e siti di tante città il simulacro delle libertà riconquistate.
Si vada per questo ad ammirare, antistante i giardini di S.Elena, uno tra i più struggenti di tali monumenti, la statua di una partigiana, adagiata sull’acqua, abbattuta ma viva nella coscienza civile di chi vi si imbatta con animo sincero e consapevolezza storica.
Buona lettura.