Ogni canta è un posto

Memorie di viaggio

Alessandra Messali

 Venezia.

C'è una calle stretta, a vicolo cieco sul canale. Guardando l'acqua sulla tua destra trovi un portone verde, dei campanelli. Suoni il terzo partendo dal basso.

Uno scatto e sei nella corte, la attraversi, fino alla porta illuminata in vetro satinato.

Quella che emette un suono, un suono leggero, è più una sensazione che qualcosa da ascoltare.

Entri e l'accordo si dichiara, si fa canto e poi parola. Non è difficile comprendere, ne stabilire ogni volta dove ci si trova: nella sala prove del coro Marmolada.

Più complesso è prevedere il resto, dove ci si presta ad andare.

Andare, probabilmente quello che cercavo in una sera di inizio settembre, quando decisi di chiedere al maestro ed ai coristi se potevo restare in ascolto durante le loro prove.

Arrivammo in vetta con le prime luci del sole, la Marmolada si consegnava come un grande altare. Attraversammo prati e cieli. Inseguimmo le scie di fumo che i camini liberavano in segno di presenza di un rifugio.

Era ormai buio quando raggiungemmo la Sisilla e, incastonati in un'arena argentata di roccia e di luna, ci ritrovammo testimoni di un sacrificio amoroso, partecipi di un dolore che all’ascolto il corpo, le spalle, le mani si rilassano e lasciano la presa a favore del vuoto. Una caduta, e siamo in valle.

Il suono delle campane ci seguiva a ritmo alterno, un ritornello. Così come quelle figure femminili che aleggiavano nel nostro cammino, la madre, l’amata, figure del ritorno. Figure di un passato che custodisce la speranza di un punto d’arrivo futuro.

Lievemente, e con mia sorpresa, il coro si voltò e così iniziò il nostro ritorno verso una luce chiara, verso la nebbia pesante che pareva frenare il passo. Nonostante la foschia togliesse spazio agli occhi il suono suggeriva che eravamo rientrati in laguna. E così ce ne andammo. Le voci tra la nebbia indicavano una secca, gli approdi del nostro navigare. Fino al momento in cui giunse un eco, una risposta lontana, da un tempo che non è il presente ma che si manifesta e rende possibile ogni passo nella Venezia che ormai abbiamo raggiunto. Degli uomini al lavoro, a comporre in ritmo le fondamenta di questa antica città di mare in cui abbiamo fatto ritorno.

Le immagini evocate dai canti intonati dal coro Marmolada conducono in luoghi emotivi e geografie distanti. Non serve andarle a cercare, stanno li da sempre. Basta abbandonarsi al canoro rituale per meravigliarsene: la polifonia del canto e la polisemia dell''incanto sono la formula per un incantesimo collettivo.

 

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