LA  PAROLA AI PROTAGONISTI ( 7 )

INTERVISTA CON I MAESTRI ALESSANDRO. BUGGIANI E MAURO ZUCCANTE

a cura di Paolo Pietrobon

 

Siamo all’ultimo appuntamento della rubrica: esserci arrivati è davvero importante, incoraggia sulla strada della necessaria riflessione critica, della ricerca di ulteriori fonti d’ispirazione e di occasioni di confronto su quanto andiamo facendo.

Non era scontato e non è stato facile, data la natura assolutamente sperimentale dell’iniziativa e la struttura redazionale e tipografica del nostro giornale, affidata a scampoli di tempo e a mezzi inevitabilmente limitati.

Ovvio anche il fatto che la rubrica non ha potuto definire l’intero campo delle riflessioni e delle analisi sul tema che le fu affidato. Forse, da questo punto di vista, meglio sarà rivolgerci tutti al ‘fare’, al ‘ricercare’, al ‘mettersi alla prova’ davvero, magari tornando a ripensare con disponibilità allo spunto che affiorava nel precedente numero della nostra rivista per bocca di Paolo Bon.

Intanto, per una conclusione che sufficientemente riassuma e ‘codifichi’ i concetti prevalenti (principali?) di questi nostri appuntamenti, mi affido alle parole di due musicisti insigni della nostra coralità, Mauro Zuccante e Alessandro Buggiani: il primo, studioso di pianoforte, composizione, musica corale ed elettronica, ha ottenuto riconoscimenti internazionali come compositore, è Consulente Artistico per le Associazioni corali del Veneto e della Valle d’Aosta e fa parte della Commissione Artistica del Concorso di Vittorio Veneto; il secondo è Direttore del ‘Coro Monte Sagro’, premiato compositore e Membro della Commissione Artistica per le Associazioni corali della Toscana (1).

Per una definizione possibile di ‘coro’ e ‘coralità’ popolare

ZUCCANTE: ... “Credo che la stragrande maggioranza dei cosiddetti canti popolari, eseguiti in forma corale, siano in verità l’opera di compositori-arrangiatori (più o meno bravi). Essi, avvalendosi di un dato melodico desunto dall’antica tradizione orale (esito di sedimentazioni musicali anonime e collettive) restituiscono ai cori partiture che sono il frutto del loro ingegno soggettivo e che si rifanno a modelli polifonico-vocali di impostazione colta.....Un esempio concreto: la cante di Bepi De Marzi. Queste composizioni derivano dai canti chiesastici ceciliani...che, a loro volta, discendono dalle forme storiche del corale luterano (2). Le sue cante perciò sono diventate popolari non in virtù della loro natura, ma in quanto ampiamente diffusesi nel repertorio dei cori e riconosciute dal pubblico. Ragione per cui possiamo definire popolari anche la Marcia alla turca’ di Mozart, la Bohème di Puccini e Nel blu dipinto di blu di Modugno.....Ma, attenzione, questa definizione non entra in merito ad un giudizio di valore. Ci sono cori polifonici che cantano male un lied di Brahms e lo rendono inascoltabile e ci sono cori popolari che eseguono con estrema raffinatezza e bravura tecnica un canto folcloristico.....(Ed) è fuor di dubbio che l’origine etnica di una melodia popolare influenza nel timbro e nella vocalità la sua esecuzione corale”...

BUGGIANI:  ... “E’ facilmente osservabile nel mondo dei ‘cori popolari’ una certa confusione esistenziale che, vista dall’esterno, sembra spesso non avere un’idea guida, ma basarsi unicamente su delle certezze immediate, vissute le quali non si sente bisogno di altro. Per non creare ulteriore confusione prendo in prestito la definizione di Paolo Bon: ‘Per coralità popolare noi intendiamo quel settore della coralità che investe le sue energie sulla tematica musicale e letteraria di fonte orale’.....In realtà sono pochi i cori che scelgono in maniera esclusiva la tradizione orale come fonte della loro attività artistica e ancora meno quelli che lo fanno con modalità personali e non imitative.....Guarda caso i canti forse più famosi nel mondo della coralità popolare sono due brani d’autore: il primo di Toni Ortelli con l’armonizzazione di Luigi Pigarelli (La montanara), il secondo di Bepi de Marzi (Signore delle cime)......Che significa questo? Che, nonostante Internet e annessi e connessi, il bisogno e l’utilizzo pratico della trasmissione orale come comunicazione fondamentale sembrano ineliminabili. La montanara e il Signore delle cime (ma esistono molti altri esempi) sono stati ‘assimilati’ con procedimenti del tutto paragonabili alla comunicazione orale, dove l’interesse della fonte (autore, partitura, testo) cade in secondo piano e tende verso l’oblìo.....E questo ‘materiale’ viene trattato come se appartenesse a tutti, esattamente come il vero ‘materiale’ popolare orale che è stato trasmesso dimenticando, dopo innumerevoli percorsi, da chi provenisse......Il mio coro non ha mai abbandonato le tematiche orali. Il fatto di trattenerle nella propria esperienza, più che scelta artistica, ho trovato essere una necessità. La tradizione orale, il canto ‘popolare’ in senso stretto e le relative elaborazioni, continuano a parlarci e a chiarirci moltissime cose. E la loro vicinanza apporta un fertile colloquio sul senso delle nuove composizioni”...

Tra affinamento tecnico e ‘spontaneità’

ZUCCANTE:  ... “Se per miglioramento s’intendono l’affinamento della tecnica vocale e il raggiungimento di un più alto livello di consapevolezza musicale parliamo di requisiti che fanno del bene a qualsiasi coro, indipendentemente dallo stile e dal carattere dei brani eseguiti. Il canto gregoriano si presenta in apparenza come la semplice successione di singole note e intervalli elementari; ma, in realtà, cela insidie espressive superabili soltanto attraverso una notevole padronanza della tecnica e conoscenza dei valori poetici”...

BUGGIANI:  ... “Si confonde (spesso) la spontaneità con l’emotività, o meglio con il  pompaggio’ emotivo: quella pseudo-condizione che ci spinge a ‘caricare’ il nostro cantare con cose che non saranno mai ripetibili esattamente, né ricordate, credendo che ciò che ‘sentiamo’ sia visibile al pubblico....Quindi la tecnica, la memorizzazione, la coscienza del proprio corpo e della propria voce, l’allenamento e qualsiasi lavoro personale si voglia che tenda a migliorare il nostro fare, non solo non inficiano il ‘canto popolare’, ma sembrano essere l’unica modalità per coglierne l’essenza e tentare di riproporla”...

La definizione “coro popolare” influenza i giovani nella decisione di partecipare o meno ad un coro?

ZUCCANTE:  ... “Non credo che un giovane si formalizzi sulle definizioni. E’ il repertorio più o meno vicino al suo vissuto musicale a determinare l’intenzione di entrare a far parte di un coro. Non escludo che i giovani possano cimentarsi con i canti dei loro nonni, ma ad accrescere la loro partecipazione emotiva sono e modalità attraverso le quali questi canti vengono loro riproposti. Forme di contaminazione e di sperimentazione moderne ed innovative sono sempre molto gradite ai giovani; è attraverso progetti di questo tipo che essi si sentono coinvolti come protagonisti di nuove sfide”...

 

BUGGIANI:  ... “Un tempo l’aggregazione era uno dei motivi determinanti per la nascita di un coro e per la sua esistenza. Oggi i ragazzi, i giovani o anche le persone di mezza età, hanno solo l’imbarazzo della scelta su come e dove ritrovarsi tra loro. Perché si sentano ‘attratti’ da un’attività simile, questa deve essere ‘forte’,  ben strutturata e soprattutto deve avere al suo interno un’idea efficace che non si trova altrove.....E’ per questo che cercare di mettere ordine nelle parole e nei significati esistenziali della coralità popolare non può che fare bene.

Quando un’attività è veramente spontanea, credibile e vera, quindi efficacemente condivisibile, attrae verso di sè, come una calamita, le energie e i percorsi umani”...

Credo e mi auguro a questo punto che chiunque abbia seguito la rubrica si sia fatta un’idea almeno dei confini e degli itinerari da tenere presenti ogni volta che ci si accinga a discutere intorno al ‘canto di ispirazione popolare’, ma che soprattutto ci si sia convinti che il problema essenziale, ed utile ad affrontare la crisi latente e frequente di tale canto corale, è quello del non crogiolarsi negli allori (quando poi lo siano veramente), del non menar scuse sentimentali per rifiutare lo sforzo e la disciplina del rinnovamento, dei repertori e della vocalità, dell’intendere per attività corale certo un piacere estetico e sociale, ma non di meno la responsabilità ed il coraggio di proporre con essa progetti culturalmente validi e competitivi alle nostre comunità, alle città e alle loro istituzioni. Pena una decadenza reale, stante anche -non dimentichiamolo- le egemonie commerciali ed industrialiste che schiacciano sotto il tallone del potere economico e di quello derivante dall’esercizio di certe spettacolarizzazioni gran parte delle espressioni culturali ‘minori’, tra le quali tanto teatro amatoriale, tanta musica popolare, tanta cultura civica che mette a disposizione del vivere collettivo fatica e disinteresse, un po’ meno, grazie a non so chi, interi container di parti anatomiche....

E mi congedo con un’osservazione che a me pare opportuna: se tutto ciò che viene riconosciuto dal popolo non può non essere definito popolare, il canto ( o la poesia, il dramma...) che quel popolo commuove, certo con dignitosa e preferibile dignità inventiva ed esecutiva, ribadendo alla sua coscienza sovente disturbata da tanto ‘rumore’ il profilo e la consistenza della sua propria storia ed identità, dei suoi eroi e dei suoi derelitti, delle sue illuminazioni e delle sue cecità, è un canto che non si accontenta della superficie sentimentalistica e tutto sommato individualistica di temi e melodie, ma pretende la forza e la dolcezza di emozioni profonde, capaci di richiamo universale, dotate di ali che valicano le generazioni e gli acquartieramenti campanilistici. Anche nella gioia, ovviamente. Anche, e per noi imperativamente, di fronte ai più giovani.

                                                                                                         

1.        Dalla Rivista Tourdion, notiziario del mondo corale valdostano, n. 10, Maggio 2006, Interviste a cura della Redazione.

2.        Movimento culturale e musicale, collegato alla Riforma Luterana, che riportò a protagonismo nella liturgia il popolo raccolto in chiesa.

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