"Tacca, tacca":

cori d’opera e rituali giovanili (Venezia, 1848)

di Piero Brunello

 

Il tardo pomeriggio del 2 febbraio 1848 un gruppetto di giovani che stava facendo il giro delle procuratie di piazza San Marco si fece notare per il chiasso e perché molti di loro avevano in bocca una pipa bianca di gesso messa all’ingiù. Da San Marco continuarono per le Mercerie, campo san Bartolomeo e calle della Bissa. In un negozietto di San Lio chi non aveva una pipa se la comprò. Battendo i tacchi per terra come militari, i giovani passarono quindi per Santa Maria Formosa, Ruga Giufa e San Zaccaria. Faceva freddo, portavano il mantello. Gridavano: abbasso il sigaro. In riva degli Schiavoni incontrarono un drappello di soldati del reggimento Wimpfen. Uno dei giovani ebbe un battibecco con il caporale, e gli fece volare via dalla testa il keppì. Il caporale impugnò il fucile come un bastone e restituì il colpo, e così anche il giovane perse il suo cappello bianco. Ci furono offese da una parte e dall’altra.

Uno dei giovani, con un bastone in mano, si mise alla testa del gruppo e gridò in tedesco: Rechts um!, cioè Fianco destro!. In fila per due, ripresero il passo di marcia, passando in mezzo alla folla che si aggirava tra i Casotti di Carnevale. Altri ragazzi si aggiunsero ai primi. in piazza, da sette-otto che erano all’ inizio, erano diventati una trentina. Si recarono in una osteria nella vicina Calle del Ridotto e ordinarono da bere. All’uscita le guardie ne arrestarono diciotto: il più giovane di tredici anni, il più vecchio di venti. Gli altri riuscirono a non farsi prendere.

L’episodio era un rito di Carnevale, e consisteva in questo: pochi giovani partivano a braccetto e al grido la tacca, la tacca (in qualche rapporto si legge attacca, attacca, dal dialetto tacca, tacca) altri si attaccavano in coda tenendosi uno al braccio dell’altro, di modo che il corteo s’ingrossava sempre di più e il chiasso aumentava. La tradizionale pipa bianca chioggiotta, usata di solito da uomini di una certa età, faceva ridere: oltretutto era messa all’ingiù.

Ma quella pipa bianca messa all’incontrario e le grida abbasso il sigaro trasformavano il rito in una protesta politica, perché alludevano chiaramente al boicottaggio del fumo che da Milano si stava diffondendo in tutto il Lombardo Veneto. Inoltre i giovani cantavano quelli che la polizia definì alcuni cori d’opera di un tenore equivoco.

La polizia individuò nel corteo due gruppi: uno composto perlopiù da studenti del liceo di Santa Catarina, che avevano avuto l’idea iniziale, e un altro, composto invece di artisti, cioè artigiani e garzoni, che si erano aggiunti al corteo. I primi abitavano nelle zone centrali di Venezia. I secondi erano tappezzieri, fabbricatori di bauli e merciai, e abitavano perlopiù alla Bràgora.

La punizione variò di conseguenza. I più giovani e chi aveva alle spalle una famiglia di riguardo, come il figlio del conte Ludovico Manin, furono rilasciati dopo quattro giorni, gli altri studenti dopo otto, mentre i caporioni, cioè quelli che furono ritenuti i capi (artigiani o garzoni di bottega) vennero trattenuti agli arresti fino a che durò carnevale, cioè per un mese. Biri, Bari, Bràgora si dice anche oggi a Venezia per indicare luoghi pericolosi e gente da cui guardarsi: e così allora ragionava la polizia.

I cori d’opera cantati dagli studenti venivano tutti e tre da opere di Giuseppe Verdi composte in quegli anni, ed erano il Va pensiero del Nabucco (1842), il coro O Signore dal tetto natio da I Lombardi alla prima crociata (1843) e il coro Si ridesti il leon di Castiglia dall’Ernani (1844). La prima dell’Ernani era stata data alla Fenice, e il librettista era il veneziano Francesco Maria Piave.

Le arie d’opera passavano così dal teatro alla strada, e dalle classi alte alle classi popolari. Spesso erano gli stessi coristi o musicisti a cantarle in compagnia fuori del teatro. In quei giorni il coro del Macbeth scatenava l’entusiasmo e la richiesta di bis alla Fenice, quando il tenore, attorniato dai suoi uomini che come lui impugnano la spada, intona La patria tradita / Piangendo ne invita! / Fratelli! Gli oppressi / Corriamo a salvar. Di lì a qualche giorno la polizia avrebbe fatto sospendere lo spettacolo per porre fine alle manifestazioni sediziose: ma quel coro, che proprio in quei giorni strappava gli applausi dei palchi della Fenice, non era ancora uscito per le strade.

La situazione politica, non solo a Venezia e nel Lombardo Veneto ma anche negli altri Stati italiani, dava a tutto una coloritura patriottica. Il verso del coro dei Lombardi «Noi siam corsi all’invito d’un pio» (il monaco che aveva bandito la crociata), ricordava la figura di Pio IX; il leone di Castiglia dell’Ernani diventava il leone di San Marco, e l’Iberia richiamava l’Italia; il Va pensiero era il canto di un popolo oppresso.

I cori maschili contribuivano a definire la politica e contemporaneamente la mascolinità. Il corteo in fila per due passo di marcia è una presa in giro dei soldati e delle guardie con cui i giovani avevano conti in sospeso, ma è allo stesso tempo un modo per indicare al giovane maschio l’obbligo di partire come volontario per la patria. E infatti di lì a un mese e mezzo, alcuni di quei giovani studenti e artigiani parteciparono alle giornate del marzo 1848, e più tardi si arruolarono nei corpi a difesa della città.

Nota. Notizie e citazioni archivistiche in A. Bernardello, Venezia 1847-1848: patria e rivoluzione. Gruppi dirigenti e classi popolari, "Il Risorgimento", n. 3 (2002), pp. 373-416.

home