AMARCORD

di Enrico Pagnin

 Quando entrai nel Marmolada avevo quasi trent'anni. C'erano molti coristi più giovani di me. Il corista più anziano, Nane "Barche Rote", aveva cinquantun anni.

Oggi ho cinquantotto anni. Ci sono molti coristi più vecchi di me. Alcuni hanno ormai toccato i settanta.

Nessun rimpianto. Però il clima che si respirava allora, in particolar modo in occasione di uscite e tournèe, era un altro.

Credo che la differenza fosse data non soltanto dall'età media , ma dalla presenza di alcune figure che davano un'impronta caratteristica al coro , tale da renderlo riconoscibile e indimenticabile ovunque per la simpatia che suscitava.

Di queste figure "importanti" per l'identità del Marmolada ricorderò pochi, fondamentali tratti personali.

Nane " Barche Rote", come ho detto prima, il più anziano.Non si era sposato .Dopo aver perso il lavoro, viveva di espedienti. Eppure aveva maturato, in questa situazione fallimentare, una tale personalità ricca di umorismo e vivacità intellettuale, che faceva dimenticare piccole manie e fissazioni che ogni tanto manifestava. Era abilissimo nel passare da un piano all'altro della comunicazione: condiva il suo discorso di citazioni dotte, battute oscene, versi poetici, arie operistiche, recitazioni a braccio, finte reminiscenze. L'effetto era una comicità irresistibile. Nel canto tendeva a fare un po' di testa sua, ma quando gli fu affidata la parte solistica di "E mi me ne so 'ndao", seppe raggiungere, in certe occasioni, vertici di assoluta poesia.

Abbiamo visto il suo declino, il suo diventare fastidioso oppure taciturno. Tutti i coristi che l'avevano conosciuto sapevano, però, che gli era dovuto un tributo di riconoscenza. Siamo andati a trovarlo nella casa di cura al Lido dove viveva la sua fase terminale di malato di cancro. Là, non si sa come, ha trovato la forza di un ultimo " E mi me ne so 'ndao", al termine del quale ben pochi sono riusciti a trattenere le lacrime. Al funerale, anch'io ho   portato a spalla la sua bara alla barca, mentre il coro, per quell'occasione in divisa, intonava la parte muta di "e mi me ne so 'ndao".

Mario Toninato era stato in gioventù uomo di spettacolo ad alti livelli. Aveva classe: mai fuori misura, sempre padrone della situazione. Battute fulminanti, canto, danza, giochi di prestigio erano attività a lui congeniali, accanto ad una grande capacità di ascolto e di attenzione ai particolari. Questo faceva sì che fosse un elemento fondamentale per minimizzare conflitti o sciogliere tensioni che , inevitabilmente, si creavano nel gruppo, soprattutto in certi momenti di stanchezza. Nel dopo-coro sapeva scegliere i momenti giusti (si concedeva con parsimonia) per intervenire con barzellette, battute, bonarie prese in giro, giochini che piacevano moltissimo. Alcune barzellette gli venivano richieste anche dopo anni e anni, da quanto erano state godute. Molto impegnato politicamente e chiaramente di sinistra, aveva grande rispetto per le posizioni degli altri ed era capace, cosa piuttosto rara in quelli di sinistra, di autoironia. Anche lui ha sofferto molto prima di morire, ma sempre col sorriso sulle labbra e un pizzico di umorismo anche negli ultimi momenti. Lo ricordo con grande stima e affetto.

Michele Castagna è morto giovane. Nella sua vita, assai travagliata da problemi familiari, problemi di salute e ultimamente anche economici, era esagerato, fuori misura: sempre.

Anche il suo amore per il coro era fuori misura: sempre preoccupato di partire in anticipo, che ci fossero abbastanza dischi per la vendita, che non mancassero i viveri durante il viaggio, le bibite per la notte .... Eppure  era incredibilmente estroverso. Le imitazioni di qualcuno da prendere in giro erano il suo forte, ma accettava anche di essere lui la vittima. Scherzi, quasi sempre a sfondo più o meno osceno, erano una costante. Creava al momento e recitava dei concitati dialoghi in cui passava da un personaggio all'altro con incredibile  naturalezza. L'effetto era una comicità devastante, di quelle che ti fanno ridere al punto di sentirti male.

 Si intuiva che, malgrado le apparenze, fosse un infelice. Per questo gli si perdonavano  errori e pesantezze che alternava ai momenti brillanti. Nel coro ha trovato l'amicizia di tutti noi e l'affetto fraterno di Alberto e Wilma , la sua seconda famiglia.

Stefano Malgarotto, per noi "El Pipi", è morto poco tempo fa, appena cinquantenne. Entrato giovanissimo nel coro, si è laureato in medicina (ricordo la festa in sala prove e la gioia sincera di tutti per quell'avvenimento). Era di una simpatia unica, fatta di umorismo tipicamente veneziano, filtrato però dalla preparazione e cultura derivategli dai suoi studi. Lasciò il coro dopo vent'anni di appartenenza a causa del suo lavoro, ma soprattutto per il suo impegno nel sociale. Voglio ricordarlo per la sua risata contagiosa, per la freschezza della sua comicità e per la sua capacità di strapparti un sorriso, anche quando avevi il morale sotto terra. Al suo funerale ho provato un senso di serenità, pensando a quest'uomo che si presentava a Dio avendo avuto in consegna dieci talenti e li aveva fatti fruttare tutti.

Tra queste figure "storiche", compagni di coro negli anni '80 e '90 ( e che purtroppo sono venute a mancare), aggiungerei un altro corista, per fortuna ancora vivo, ma che non canta più con noi per le sue precarie condizioni di salute: Alberto Cavasin, detto "Il Dio" (il soprannome la dice lunga...). Grande intelligenza, grande autostima, grande passione per le cose in cui credeva. Però capace di ammettere i propri errori e anche di chiedere scusa. Ho avuto con lui scontri piuttosto duri per motivi ideologici, ma ci stimavamo a vicenda. Tecnicamente era il miglior corista. Era inoltre l'unico che avesse il coraggio di contestare apertamente le decisioni del nostro maestro Lucio, anche se talvolta andava fuori misura. Nelle assemblee interveniva spesso polemicamente, ma bisogna riconoscere che, molte volte, sapeva vedere più lontano degli altri.

Nel dopo-coro, soprattutto nei lunghi viaggi di ritorno in pulman, era un eccezionale e inesauribile intrattenitore, conoscendo moltissime canzoni, magari nella variante oscena e scherzi canori (divertentissimo il "zin-zin-zin che pissada").

Ogni tanto viene a trovarci: spero proprio che possa  rientrare definitivamente, anche perchè, avendo cantato fianco a fianco per qualche anno sia nei concerti che alle prove, la reciproca stima si era trasformata in amicizia.

Accanto a questi personaggi indimenticabili, agivano tutti gli altri e, fra questi , contribuivano molto a creare allegria alcuni tipi: un creatore di barzellette e freddure infelicissime, un abilissimo provocatore-appioppatore di soprannomi, un simpaticissimo ma troppo-basso-di-statura secondo tenore, oggetto di battute spesso feroci e qualcun altro, protagonista però in negativo: le sue debolezze intellettive o caratteriali offrivano lo spunto ad altri per prese in giro, scherzi, attribuzioni di epiteti spesso molto calzanti . Certo che l'azione di "sceglierli come vittime"era contagiosa: confesso che anch'io, quando nella "Brasolada" arrivava il verso "senti la mano che al scuro la te tasta", ho qualche volta allungato la mano sulla chiappa di un corista che ci stava davanti...

Non ho parlato del nostro maestro: andrei fuori tema (Amarcord), dato che è ancora "in servizio". E' facile però intuire che ha svolto un ruolo fondamentale, non solo nella creazione dell'identità del coro, ma anche dei climi e atmosfere ormai irripetibili di quegli anni.

Vorrei concludere precisando che questo mio ricordare non è una larvata accusa all'attuale coro di essere tetro e composto di "musoni": tutt'altro. Sono subentrate altre personalità, ricche di originalità. Però hanno trovato una situazione diversa: sono cambiate le persone e sono cambiati i tempi. Il pubblico ora è più esigente, ma anche più distratto e meno sentimentale. Gli organizzatori di concerti incontrano sempre maggiori difficoltà sia di tipo economico che organizzativo: non sono più l'amicizia personale, la voglia di cantare, l'allegria, il desiderio di offrire agli spettatori nuove sensibilità interpretative i criteri con cui decidono di invitare un coro, ma precisi conti di bilancio.  C'è poi la "concorrenza" di un'infinità di cori e gruppi  che eseguono ogni genere di musica, con uso di accompagnamento strumentale, danze, proiezioni ecc., per cui noi, consapevoli di proporre un genere musicale apprezzato da pochi, raramente ritroviamo l'esaltante sensazione di "entrare in sintonia" con gli spettatori.

Nei posti dove vai è sempre più raro trovare amici del coro di lunga data, oppure organizzatori entusiasti e, in mezzo a loro, personaggi pittoreschi. Tanti anni fa, persino gli autisti che ci portavano nei concerti fuori Venezia erano personaggi da ricordare.

Infine (parlo a titolo personale, ma son convinto di non essere solo) c'è la saturazione, che inesorabilmente mina la passione e la capacità di divertimento di chi canta in coro da tanti anni: si tende a diventare, nei confronti della propria attività concertistica e post-concertistica, più spesso spettatore disincantato che attore entusiasta.

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