di Sergio Piovesan
Sul numero
di Giugno 2005 di “Marmoléda” riportavo in premessa del mio articolo su due
canti di B. De Marzi le seguenti parole: “…Personalmente
mi dispiace che nel nostro tipo di canto non vi siano pezzi (o almeno io non ne
conosco) che raccontino l’orrore dei campi di sterminio nazisti perché,
purtroppo, sembra che i sentimenti antisemiti stiano risorgendo e non solo fra
gli esaltati che frequentano gli stadi, ma anche, e sono episodi recenti, in
qualche ateneo di prestigio (Torino, Firenze). E la classe dirigente sta zitta!
Forse non tutti se ne accorgono, ma è in atto uno strisciante e pericoloso
revisionismo storico.
Allora
… ricordiamo! …”. Ora, dopo oltre un anno (e questo mi fa pure piacere
perché vuol dire che, anche a distanza di tempo, qualcuno si interessa a quanto
da me esposto), un giovane corista di Aprica (SO) mi scrive precisando che
esiste“… un canto che parla, almeno parzialmente, dell'orrore dei campi
di sterminio nazisti. …”. Si tratta del “Cantico dei cantici”
del greco M. Teodorakis del quale il giovane corista mi ha inviato pure
il testo in italiano, molto bello, e che, appunto per questo, riporto.
“Era
bello e dolce il mio amore / col suo vestito bianco della festa / e un fiore
rosso tra i capelli / nessuno può sapere quanto fosse bella / nessuno può
sapere quanto fosse bella / nessuno può sapere quanto fosse bella.
Il
canto, nell’armonizzazione a 4 voci maschili del M.o Tieppo, è nel repertorio
del Coro Val Canzoi di Castelfranco V.to.