ASCOLTANDO IL CORO DELLA S.A.T.

di Enrico Pagnin

 

Mi è capitato di assistere, a Trento, presso la Società degli Alpinisti Tridentini (S.A.T.), alla consegna degli attestati per il 25° anno e 50°anno di iscrizione alla Società. Al termine, come tradizione, il Coro della S.A.T. è sceso dal piano superiore, dove si trovava per le prove e ha dato un piccolo concerto. La sala era piccola, il caldo infernale. I coristi hanno eseguito una decina di cante, senza presentazione, lì a contatto con la prima fila. Insomma un concerto del tutto informale, tra amici.

Eravamo partiti da Venezia in quattro: tre coristi dell’attuale Coro Marmolada e un ottantaduenne, fondatore di questo nel 1949 e vecchio socio dei Trentini. Durante il viaggio in macchina lungo la Val Sugana, si discuteva su che cosa rende  il Coro della S.A.T. così amato da qualsiasi pubblico in Italia e nel mondo e così imitato da moltissimi gruppi.

Questione di repertorio? No, di certo. Ormai proliferano cori di ogni tipo e ogni livello (spesso elevato) che, oltre ad eseguire canti di ispirazione popolare, spaziano dalla musica classica al Jazz, dalla leggera al Folk internazionale, dai Gospels alla polifonia, dalla tradizione più fedele alla sperimentazione più esasperata.

Questione di armonizzazioni dei suoi brani? Nemmeno : Malatesta, De Marzi, Paolo Bon, tanto per citarne alcuni, fanno cose deliziose conosciutissime e molto eseguite nel mondo corale.

Questione di tecnica vocale? Certo la S.A.T. presenta una tecnica eccellente, ma bisogna riconoscere che, oggi, anche altre formazioni hanno raggiunto livelli molto alti.

Evidentemente, ciò che ha fatto di questo gruppo un famosissimo rappresentante italiano in tutto il mondo del canto di ispirazione popolare è l’interpretazione, di cui ha stabilito i canoni, impostisi poi per decenni tra tutti i gruppi corali che nascevano e che dichiaravano di ispirarsi (di fatto imitandola) alla SAT.

Il loro modo di interpretare il brano ti pone davanti ad un quadro, una situazione, una storia che, sul piano grafico, potrebbe benissimo essere rappresentata da quelle foto in bianco e nero di ottant’anni fa, fatte dai fotografi professionisti, così essenziali, dalla composizione perfetta, in cui nulla è lasciato al caso. Immagini che nella loro staticità raccontano un fatto oppure presentano dei personaggi in maniera puramente descrittiva. Con l’evidente volontà di non concedere nulla a sentimentalismo, retorica, umorismo, facili effetti strappa-consenso.

Mentre il concerto proseguiva, mi ritornavano nella mente tutte quelle immagini nate dai racconti di mia madre, ma soprattutto di mia nonna, trentine. Racconti ricchi spesso di umorismo, ma talvolta di dolore, di speranza , di umanità profonda e senso religioso. L’amore, il lavoro, la guerra, la povertà, le burle, le bugie, i giudizi, i proverbi, le leggende, le canzoni. Come rendeva vive e presenti mia nonna queste situazioni: però sempre rigorosamente descrittiva, anche dei sentimenti provati. Mai l’analisi delle motivazioni profonde, mai un’attività di introspezioni sui propri stati d’animo. Si trattasse di una burla di paese o di una disgrazia familiare, lei raccontava e descriveva l’allegria  o il dolore. Raccontava e descriveva: non esprimeva questi sentimenti (che custodiva gelosamente per sé).

Il coro della S.A.T., secondo me, fa la stessa cosa: rende vive, in una sorta di sospensione del tempo e fissazione dello spazio in pochi elementi fondamentali, immagini, storie e situazioni. In maniera asciutta ed essenziale come una cronaca ( anche se il testo potrebbe essere poetico), raffinata, per via della grande tecnica vocale, eppur naturale e squisitamente popolare, trentina.

Coristi e maestro non danno mai l’impressione di identificarsi nel personaggio o nella situazione che stanno cantando. E quindi di “adoperare” testo e musica per esprimere la propria personalità, trasmettere le proprie emozioni. Al contrario, sembrano volersi “nascondere” dietro la tecnica, per lasciare libere le immagini di entrare senza condizionamenti nello spettatore.

Il modo di cantare della S.A.T. è ancora oggi molto imitato, ma non è facile farlo. Infatti dopo di loro, si è sviluppato nel mondo corale un diverso tipo di interpretazione, fondata sulla personalità del maestro e, di riflesso, del coro, che punta a suscitare emozioni, far emergere sentimenti, cogliere l’umorismo e talvolta la comicità di una situazione. Quando il " TRE PINI" di Padova canta, percepisci una freschezza giovanile, una sicurezza, una libertà accompagnata da un pizzico di goliardia, nel loro spaziare attraverso qualsiasi genere musicale, a prescindere dall’età anagrafica del maestro Malatesta e dei coristi. De Marzi e i suoi "Crodaioli" esprimono sempre nostalgia per un mondo antico che scompare, senso religioso, amore per la natura, sensibilità per la poesia delle cose semplici.

Per questo non è facile imitarla, la SAT. Perché qualsiasi direttore di coro difficilmente resiste alla tentazione di “personalizzare” la sua esecuzione.

In fondo questa modalità interpretativa permette a qualsiasi coro, tecnicamente ben preparato e con delle idee da esprimere, di costruirsi il suo stile.

Mi si permetta, per concludere, di parlare anche del mio coro (il “MARMOLADA”). Il nostro maestro ha sempre privilegiato l’interpreta- zione che nel momento dell’ esecuzione gli saliva dal cuore.

E così, anche in un brano che non lascia spazio a originalità interpretativa, come può essere “El merlo ga perso el beco”, capitava che cercasse di farci esprimere con la frase “el merlo ga perso el core: come faralo ad amar” dolore profondo per l’aridità di un cuore che non ama più. Oppure una ironica ilarità per l’eccessiva sbadataggine del povero merlo. Oppure immedesimazione nello stupore infantile, di fronte al piccolo cuore che schizza via dal pennuto.

Questo modo di approccio al canto ha fatto la nostra fortuna, anche in presenza (occorre riconoscerlo) di alcuni nostri limiti tecnici.

E’ facile immaginare che il Coro della S.A.T. continui a fare della sperimentazione a livello di repertorio.

La tecnica e gli schemi interpretativi  però, pur non esenti da evoluzione, sono quelli della sua tradizione, fedeli alle origini.

Il suo stile, subito riconoscibile, è unico.

 

home