A
sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale con i suoi lutti e le
sue distruzioni, in un paese ed in un Europa che, nonostante la guerra fredda,
hanno vissuto il più lungo periodo di pace della loro storia è ancora
necessario e, soprattutto ha ancora senso
CANTARE LA GUERRA?
di
Paolo Pietrobon
Dopo quanto detto nei due
articoli precedenti, e quindi riservando la nostra attenzione al sentimento
spontaneo affidato alle cosiddette
“canzoni di guerra” dai tanti che con la guerra hanno dovuto fare i conti,
voglio qui proporre un breve tragitto interpretativo che muova dai testi
scritti, letterari o meno, e nei testi, per una volta senza il sostegno della
melodia, cerchi le tracce di originale umanità e di poesia di cui vado
ragionando.
“
Addio mia bella addio / che l’armata se ne va / e se non partissi anch’
io / sarebbe una viltà....io non ti lascio sola / ma ti lascio un figlio ancor
/sarà quel che ti consola / il figlio dell’amor ” ... Quasi un’
ouverture, con la successiva canzone, per il nostro cercare.
Chi
non ricorda quest’immagine della partenza per la guerra: il soldato (quasi
sempre l’alpino) che stringe tra le braccia e bacia la sua amata, con il
trasporto e l’angoscia di chi sente dentro e su di sè la vicinanza di un
destino indecifrabile ed ostile, dal quale potrebbero essere annullati gli
elementi costitutivi di un’umana felicità, quella data dalla famiglia, e la
paura di non vedere la nascita del suo bimbo, del quale già parla come di un
qualcosa che potrà sostituire per la mamma e la sposa la sparizione del papà e
del marito. La canzonetta però non appartiene, nella sua redazione, al
patrimonio dei canti alpini: come tanti motivi divenuti popolari nell’uso
trasmigra di stagione in stagione, ma fu cantata inizialmente dai volontari di
Curtatone e Montanara, in quel 1848 della prima guerra d’Indipendenza che vide
i volontari toscani e napoletani impegnare con estrema determinazione gli
austriaci così consentendo ai piemontesi di concentrarsi e vincere a Goito(1).
Ebbene, vi si percepisce, a mio parere, un tratto di immediata risonanza emotiva
che riflette il sommovimento ideale presente nei propugnatori (non sempre il
popolino, certo) del moto indipendentista, originario e generoso, ma viene
trattenuto in un ambito umanissimo dal riferimento affettivo al prezzo che la
guerra potrà richiedere, non tanto a luminose attese di conquista o ad altri
“fatali destini”.
Guerra
sicuramente atroce quella, la prima di dimensioni così grandi, storicamente
certo ascrivibile ad un legittimo processo di identificazione e costituzione di
ciò che oggi chiamiamo Italia, almeno fintantoché il sentimento di tale
legittimità non fu alienato e violentato dal ventennio fascista in nome della nuova stagione degli
imperialismi e dei colonialismi che avrebbe portato al secondo conflitto
mondiale, ancor più devastante,
anticipatore dell’incubo nucleare che tuttora ci sovrasta. Guerra che per le
devastazioni ed i lutti fu essa stessa materia ed ispirazione di
un’epopea popolare e nazionale, drammatica ed identitaria insieme, dalla
quale la canzone “popolare” trasse intensissima ispirazione. Si può dire
che, se la guerra “non merita canzoni”, essa
però, come sempre nelle epopee degli umani, offerse spunto ed occasioni
infinite al cantare e alla canzone, quanto meno perché un cuore gonfio di
disperazione o di struggente nostalgia “vuole”, dal tempo dei racconti
rupestri in su, affidare “a chiunque ascolti ” la propria voce, anche di
imprecazione, più spesso il richiamo alle cose e alle persone più care ed
irraggiungibili.
Ancora:
“Spunta l’alba del sedici giugno / comincia il fuoco dell’artiglieria /
il terzo alpini è sulla via / Montenero a conquistar ... Montenero Montenero /
traditor della patria mia / ho lasciato la mamma mia / per venirti a conquistar
... e per venirti a conquistare / abbiam perduto tanti compagni / tutti giovani
sui vent’anni / la lor vita non torna più ... La più bella canzone
militare nata dalla guerra, destinata a diventare leggenda, ad essere cantata
sempre, quando saranno reclute i
nipoti di questi ragazzi (gli alpini della Val Dora la cantavano, venuti di
rinforzo con la loro sezione nel giugno del 1917 nei pressi di Cima della
Caldiera, sopra Enego) c’è dentro lo scontroso spirito di corpo del soldato
di montagna, ruvido ed obbediente ... composta la sera stessa dopo la battaglia,
dopo che il sergente ha cancellato dal ruolino i nomi dei morti e ha fatto
portare i loro
zaini nel magazzino ... (quando) si vorrebbe tornare bambini e rannicchiarsi
contro il grembo della mamma per non sentire il temporale che scuote la
montagna, angoscioso nelle sue pause come nelle sue furie”(3).
“La
mia bela la mi aspeta / ma io devo andare a la guera / chi sa quando che tornerò
... lo ardada a la finestra ... la mia bela aspeterà ... il nemico è la in
vedetta / o montagne tute bele / Valcamonica del mio cuor” ... Ancora
la speranza che cozza contro il richiamo alle armi che tutto copre, costringe
all’incertezza, al dubbio ... e, improvvisa, la folgorazione di un evento
prevedibile e per molti, prima, già funesto: il nemico ad aspettare sul
confine, lui pure con la medesima angoscia e rassegnazione che solo può
estinguersi con l’annientamento dell’altro, senza rimedio, inutile a quel
punto ogni perché, ogni obiezione. Così non rimane che traguardare oltre il
finestrino della tradotta, o la
feritoia della garitta, verso oriente, laggiù, dove si apre la valle natìa,
per convincersi di rivedere l’apparizione rassicurante dei giorni di pace,
quando, finito il lavoro, lei aspetta sul davanzale, tra cespi vivaci di
garofani, il passaggio dell’amato. Il paesaggio intimo della persona legata ai
sentimenti essenziali sovrasta, pur non potendoli esorcizzare, ogni fragore di
battaglia, qualsiasi parvenza (che non mancò certamente in chi teneva il timone
della tremenda esperienza) di patriottismo di maniera. Rimane
la solita rassegnazione, forse inconsapevolmente anticipatrice di un concetto di
patria che solo successivamente altre generazioni avrebbero coscientemente
interiorizzato ed apprezzato. A quale prezzo! Anche questo va ricordato.
Senza dimenticare che la guerra non colpisce solamente i soldati. Nelle case, nelle fabbriche, nelle campagne, nelle città, a danno delle persone più fragili ed indifese, la guerra semina a piene mani distruzione e terrore, indigenza e solitudini estreme, spesso scatena istinti primordiali e sopraffazioni innominabili. Più comunemente e dolorosamente obbliga a migrazioni forzose, a separazioni assurde, come avviene per chi vive la condizione di sfollato. Si legga questa Addio Venezia addio, registrata da Gualtiero Bertelli nel 1965 da Lidia e Linda Gottardo:
“...
el mariner de bordo diceva andate abbasso / che qualche mitragliatrice
potrebbe farvi danno / addio Venezia addio noi ce ne andiamo ... passando per
Malamocco ghe gera le donete / che tutte ci dimandavano “Ma da che parte
siete?” / “siamo da Cannaregio, San Giacomo e Castello / siamo fuggiti via
col nostro fagotelo” ... dopo tre ore bone rivata la tradotta / ai povari
bambini un poca de acqua sporca” (4)
...
Anche
questa è guerra, ma guerra senza veli o veline di comodo. E raccontarla,
cantarla è utile e corretto. Se poi la musica è bella ... ma questo è un
altro dire.
Fin
qui il frammento di ciò che vado definendo contenuto ed atteggiamento
culturalmente sostenibile in chi, soggetto culturale individuale o collettivo,
come nel caso di un coro, scelga di raccontare e cantare con aderenza popolare
ed immediatezza, tra le altre, storie e vicende che riguardano la guerra, senza
insulse agiografie né rimozioni, con rispetto ed attenzione sincera per tutto
ciò che dalla guerra ha subito danno o offesa, per chi fatalmente ne sia stato
travolto fino a perdervi la vita.
Nella
prossima ed ultima parte mi addentrerò di più, chiariti presupposti e
criteri, nei valori propriamente poetici,
letterariamente avvincenti che si possono rinvenire, con qualche
attenzione, in canzoni di guerra che abitualmente ascoltiamo, o cantiamo,
molte delle quali vantano quale poeta e musicista il Maestro Bepi De Marzi e,
in misura notevole, fanno parte del repertorio “storico” del Coro Marmolada.
Alla prossima.
(1)
A.V. Savona-M.L.Straniero, Canti della grande guerra, I, Ed.Garzanti,
Milano, 1981, pagg. 73 / 74.
(2)
Ibidem, pagg. 113 / 114.
(3)
P. Monelli, Le scarpe al sole. Cronaca di gaie e di tristi avventure
d’alpini, di muli e di vino, Ed. Cappelli, Bologna, 1921, pagg. 156 / 157, in
“Bru. Nove.”, pagg. 65 / 66.
(4)
In “Bru. Nove.”, pagg. 72 / 73.