A sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale con i suoi lutti e le sue distruzioni, in un paese ed in un Europa che, nonostante la guerra fredda, hanno vissuto il più lungo periodo di pace della loro storia è ancora necessario e, soprattutto ha ancora senso

CANTARE LA GUERRA?

di Paolo Pietrobon

Ultima parte                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             (parte prima clicca qui)

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“... Purché pietà vinca ... e cedano, spuntate ... tutte le armi ...”

Mentre scrivo, accingendomi a concludere la mia ricognizione, le notizie sull’imperversare della guerra attorno a noi, sulla scorza di terra, ormai stretta, che ci ospita sul pianeta, ci piovono addosso con terribile continuità: i due alpini di Kabul, i carabinieri di Nassiriya (tra i non pochi italiani sacrificati ad un conflitto dall’attualità ormai intrigante e tremenda, ma pure non proprio limpido nelle strategie e nelle giustificazioni addotte al suo deflagrare ed espandersi), e poi i torturati ed ammazzati tra la popolazione civile, i giornalisti, i volontari, per finire con le migliaia (!), ormai, di giovani americani caduti sul suolo e sul petrolio iracheno, dio non voglia anche iraniano.

Tali e tanti sacrificati, ancora, ad una guerra “senza volto”, ubiquitaria e mobile in ragione del dipanarsi di una globalizzazione sempre meno comprensibile negli effetti sociali che essa stessa deposita, inarrestabile ormai, sul suo passaggio, vorrebbero dismesse in un angolo le nostre considerazioni, quasi che le terribili guerre dalle quali e per le quali nacquero i canti di cui qui mi sono occupato siano, di fatto, cosa “minore”, superata per conseguenze ed orrore, in qualche modo desueta come un qualsiasi prodotto dell’umano agire abbandonato in favore di altra evenienza, storica pur essa, ma della quale pare davvero non possibile parlare come di un progresso purchessia.

E tuttavia, mutato il contesto storico, e sostituita la parola Africa con Iraq, o con altro toponimo (c’è da scegliere!), come non riconoscere, caduta ogni illusione e crollata una certa aspettativa ottimistica sulle tecnologie moderne di una guerra spesso mascherata di “intelligenza” ma sempre distruttiva ed impietosa, la stanchezza, l’orrore confessato appena, con pudore, di un’esperienza dolorosa, di una sofferenza che scortica l’anima e corrode ogni motivazione che ti ha portato laggiù, e la nudità, morale ed affettiva, che faceva scrivere agli alpini delle nostre guerre coloniali (e sventurate) dell’ultimo Ottocento: “Mamma mia vienimi incontro / vienimi incontro a braccia aperte / io ti conterò le storie che nell’Africa passò. Maledette quelle contrade, quei sentieri polverosi / sia d’inverno sia d’estate qua si crepa di calor ...”. Oppure, all’altro apice della divaricazione, la preghiera, accorata ed angosciata insieme, di un’innamorata (ma anche la madre è “innamorata” di quel figlio...) che raccoglie l’invocazione di quel ragazzo in guerra, di tutti i ragazzi precipitati nella tempesta del conflitto crudele, e quasi chiama le fredde stelle a scendere dolci sulle paure, sulle solitudini, a ricucire il filo radicale dell’umana condizione, quello per il quale davvero ed unicamente non desideriamo conoscere la rassegnazione animale alle leggi naturali del vivere e del morire, il filo dell’amore, della mutua vicinanza e comprensione: 

“Ai preât la biele stele / duc’ i sanz (santi) dal paradis / che il Signôr fermi la vuère (guerra) / e il gno (mio) ben ‘torni in paîs! 

Ma tu stele, biele stele / sù, palêse il gno destin / va’ daùr di che montagne / là d’al è il gno curisìn (cuore)”.

Certo, nel linguaggio e nella fiducia nei sentimenti di appartenenza, che rimangono comunque strutturati nella cultura religiosa, patriottica e familiare del mondo che ci ha preceduti, non ancora globalizzato in ciò e quindi “razionale”, rassicurante, individuabile per ognuno e per la singola comunità, restiamo nell’ambito  della tradizione lirico-romantica nazionale, di ascendenza genericamente risorgimentale. Non c’è ancora la rottura di schemi comunicativi, e quindi poetici, indotta alle sensibilità più attente dal mutare, con le relazioni planetarie in ogni campo, di quegli stessi riferimenti, e quindi, ove essi siano oscurati e non appaia altra trama conciliante per l’emozione ed il sentimento umano dell’essere e dell’esistere, dal manifestarsi e crescere di un nuovo sentire cosmico ma solitario, individuale e separato, proteso negli eventi ma sovente infelice. Tanto più se, come nei casi che “ci tocca di vivere”, l’esperienza di guerra non si limita più a separare dalla sua Sicilia il giovane contadino italiano del primo Novecento, ma anzi, sull’onda conclamata della “nuova professionalità” dell’essere militare in un mondo “compenetrato”, essa dissolve i singoli contingenti-comunità sul pianeta, tra le tante aree di crisi, nell’insorgere di sempre nuove tensioni di una realtà incapace di grandi progetti di pace e di giustizia tra i popoli.

Così la guerra, i suoi schianti, le uccisioni e le devastazioni perdono, come dire, la vecchia configurazione, pur tremenda e sanguinosa, giungendo a frammentare e disperdere il dolore e l’odio al punto che, forse, essi davvero non trovino spazio  nel moderno cantare della gente. Il che si potrà sapere solo in futuro.

Esistono però a mio parere elaborazioni poetico-musicali “di mezzo”, impiantate nel recente passato ma capaci di una visione netta e radicalmente accorata delle nuove solitudini e separatezze, spesso delle causalità fatali e spersonalizzanti, della “moderna” guerra, planetaria e “supertecnologica”, fatta di “pacificazioni armate e telecomandate” e di missili “intelligenti”. Ed esse sono rintracciabili, per quanto mi è dato conoscere, in alcune geniali trasposizioni poetiche di tutto quanto vado osservando, testi ed armonizzazioni prodotte dall’anima ferita e dall’immaginazione cruda, ma non per questo priva d’ironia e di umanissima pietas, di Bepi De Marzi.

Ritengo emblematica a questo proposito, dovendo per brevità scegliere, “La bomba imbriaga”, nata dalla collaborazione, per il testo, con Carlo Geminiani, il cui aspramente di un’attualità ironica e disarmante, forse sarcastica per certe retoriche di moda oggi, allorché impone sulle trincee esauste, intasate di cadaveri e pregne di un terrore capace di indurre una complicità allucinata per qualsiasi evento possa ancora abbattersi su tanta sofferenza, il guizzo malefico e lo schianto assoluto di una violenza definitiva, incarnata nel ferro e nel fuoco, tale da cancellare, prima ancora delle vite dei poveri soldati, ogni pensiero, valutazione, ipotesi, strategia, accorgimento ... fino a sovrapporre il sussulto emotivo e lo spasimo per una sofferenza troppo grande, addirittura la rassegnazione ad una morte liberatoria, ai sentimenti e alle relazioni umane, anche quelle intime e fondamentali, fin prima custodite nelle poche lettere arrivate dalla famiglia, tenute gelosamente nel tascone della giubba e riviste la sera, dopo la quotidiana devastazion; fino a stipulare una sorta di complicità, di inconscia intesa con quella bomba che colpirà senza ragione né discriminazione, spremendo nella mente eccitata e fremente quadri grotteschi e funerei di banchetto, di una festa per la quale converrà l’‘addobbo appropriato’, le cui tinte e sonorità finalmente corrispondono a quelle di tante “formali e regolamentari” riti di commiato all’ennesimo militare strappato alla vita ...

Ecco come tutto ciò vive nel bellissimo testo: “ Quarantatre giorni ca semo in trincea / magnar pane smarso, dormire par tera / nissun se ricorda / nissùni che scrive / nissun che tien nota / chi more e chi vive ... Silenzio sul fronte. Qualcun ne prepara / un bel funerale, con banda e con bara. / Silenzio, ecco el fis-cio, / l’ariva, la viene. / Doman sarà festa, vestive par bene ... Ossst/regheta sorela de fogo / parecime i goti che vegno anca mi! / sorela de fogo / che spolpo imbriago mi voio morir ...”, infine rappresentando l’annientamento definitivo, caotico e cieco, inumano ed astorico perché dissolutore ed immemore di tutte le altre carneficine: “Ossst/tregheta se fusse’ na bòta, / se fusse’ na bota ripiena de vin / ma l’era ’na bomba / ma l’era ’na bomba s-ciopà lì vizin.....

Davvero un affresco terribile, universale, metatemporale, al quale, a me pare, l’accezione popolare del linguaggio e la struttura innervata ed aderente del tessuto melodico aggiungono significativamente valore ed autorevolezza.

Non potendo rientrare nei limiti di quest’articolo un’analisi diffusa delle “canzoni di guerra” regalateci da De Marzi e Geminiani, un cenno si impone almeno alla struggente e drammatica Joska la rossa, prima di chiudere con un sigillo della creatività del nostro Bepi, Le voci di Nicolajevka, ove la musica, quasi universo materico che avvolge e sublima un’intera epopea di uomini, si libera anche della parola, riproponendo in un’armonia integrale, in un unico ed unitario vortice sonoro che a me riporta il pathos e l’enfasi etnica dei cori della tragedia greca, gli strappi e gli unisoni di un’arpa cosmica, dell’eco di noi, creature indisponibili allo smarrimento di un destino non limitato alla storia contingente, nel grande processionale delle umane epiche, alla corte di Omero e degli eroi simili a dei.

Di Joska gli stessi coautori hanno scritto come di “un ricordo incancellabile per chi ha avuto la fortuna di tornare dalla tremenda campagna di Russia”, non canto di guerra, “perché la guerra non merita canti d’amore”, ma una “storia dei nostri uomini semplici e di una ragazza che in una notte di luna ha sorriso a chi non conosceva”(1). Canto d’amore e di dolore, insisto io, e canto di speranza perché amore e compassione sovrastano, non nei limiti storici impostici, ma nel messaggio della poesia che vince il decadimento della materia, l’impietosità della morte, forse di qualunque morte.... “...Joska la rossa, pèle de bombasa / tute le sere prima de ’nà in leto / te stavi lì, co le to scarpe rote / te ne vardavi drio da j’ oci mori / e te balavi alegra tuta note / e i baldi alpini te cantava i cori. Oh / Joska, Joska, salta la mura / fin che la dura......ti te portavi el sole ogni matina / e de j’ alpin te geri la morosa / sorela, mama, boca canterina / oci del sol, meravigliosa rosa....”, per finire con il sonno della morte ma la speranza che Joska canti e balli ancora, per gli altri fratelli ... “Busa con crose. Sarà sta i putei? / la par ’na bara e invece ze ’na cuna / e dentro dorme tuti i to fradei / fermi, impalà, co i oci ne la luna. Oh / Joska, Joska, salta la mura.../ Fermate là”.

“Nicolajevka”, dunque, per finire: un’epica tremenda, la tragedia di un popolo di alpini accerchiato e quasi annientato dalle atroci sofferenze di una guerra idiota e mal governata, inchiodati dal ghiaccio dell’inverno russo alla fame e alla dissoluzione per freddo, azzannati passo su passo del Calvario di una disperata fuga dalla controffensiva russa che non poteva distinguere tra quegli uomini d’onore e chi li aveva scaraventati in un’aggressione perversa, un salto nel vuoto oltre il quale potesse avverarsi il sogno della sopravvivenza, del ritorno alla vita: tutto racchiuso nel rincorrersi senza fine, nella canzone, di quella sola parola, di quell’urlo immane dietro il quale scagliare tutta la forza residua, e la disperazione, per trovare un varco, ad ogni costo, perché tutto il dolore e tutta l’amarezza erano state provate, fino all’ultimo fiato, oltre le mille parole di una folla di morenti, oltre l’assurdo. Nicolajevka! ... Nicolajevka! ... Nicolajevka! ...

Fin qui il mio lavoro, la mia proposta. L’intento era quello di contribuire a togliere dal luogo comune, e dall’equivoco, dall’indifferenza, il cosiddetto “canto della 

guerra”. Ben altro rimane da dire, da studiare e da comprendere. Anche il fatto che, dopo tante considerazioni -questo l’invito che mi sento di rivolgere all’appassionato- sarà utile, e piacevole, ascoltare o riascoltare con attenzione al testo le registrazioni di tali canti. Se ne rimarrà la sensazione di aver meglio o soddisfacentemente “risentita” in se stessi la tensione comunicativa nascosta nei codici verbali e musicali, il piacere insomma del partecipare alle emozioni e alle suggestioni in quei codici annidate, io potrò pensare di esserne stato in qualche misura promotore. E ne sarò lieto.

(1)   In A. V. Savona/M. Straniero, Montanara,

                        Mondadori Ed., 1987, pag. 57, 1.18.

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