Perchè cantare in un coro?

E perchè cantare in un coro di ispirazione popolare?

Una riflessione provocatoria, o forse no, a quasi quindici anni di militanza nel Marmolada

di Rolando Basso

 Sembra ieri ma sono ormai passati quasi quindici anni da quando, assieme ad altri tre amici, varcavo la soglia della Scoletta di San Rocco, allora sede delle prove del Coro, per vedere se avessi potuto cantare con il Coro Marmolada.

Fin da ragazzo il mio rapporto con la musica, tutta la musica, si era sempre limitato a quella, suonata a bassissimo volume, dalla radio per riempire il silenzio delle mie notti di studio; già i miei ritmi, sono come dico sempre, da “Diesel”, grande difficoltà al mattino ad ingranare ma riesco a tirare tardissimo.

Anche per i miti della mia generazione, Beatles, Rolling Stones ecc. per capirci, non mi sono entusiasmato più di tanto; pensare che non ho acquistato nemmeno un loro disco.

Per non parlare della cosiddetta musica colta: assolutamente assente dalle mie aspirazioni.

Non che avessi un’avversione per la musica e per il canto. Solamente il mio interesse per essa era molto marginale per non dire nullo.

Certo in gita con gli amici, in colonia, durante il servizio militare mi ero anche unito al gruppetto che cantava; ma tutto finiva lì.

Inoltre l’attività sportiva, il lavoro, poi il sindacato, la politica erano per me molto totalizzanti! Lì la musica era una semplice sottolineatura dei vari eventi.

Poi, come si racconta nelle favole per bambini, improvvisamente ...

con mia moglie avevamo appena partecipato ad una riunione preparatoria per la prima comunione dei nostri figli quando, parlando con altri genitori che facevano parte della  corale parrocchiale, questi invitarono mia moglie ad unirsi a loro. Ovviamente l’invito venne esteso anche a me, ma lo declinai decisamente.

Qualche giorno dopo, su insistenza di mia moglie, l’accompagnai alle prove della corale.

Mi sedetti in disparte per non disturbare, ma dal gruppo dei bassi, invero poco numeroso, fui invitato ad unirmi a loro.

Era la prima volta che il mio rapporto con la musica era di partecipazione diretta.

In quella formazione polifonica, principalmente dedicata all’animazione liturgica, ho iniziato ad apprezzare il cantare in coro, imparato i primi brani  di polifonia sacra; inoltre, grazie a don Giuseppe, il nostro parroco oltre che maestro del coro, sono stato introdotto ai canti cosiddetti di montagna.

Poi fu ospite della nostra parrocchia il coro I Crodaioli del maestro Bepi de Marzi. Grandissimo poeta; le sue presentazioni dei canti ti fanno vivere in prima persona le storie che poi il coro racconta con il canto.

Il concerto mi piacque moltissimo e, quando l’anno successivo, per la festa di San Giuseppe venne invitato il coro Marmolada, volentieri andai ad ascoltare quello che mi fu descritto da altri coristi della corale parrocchiale essere uno dei più vecchi e più quotati complessi veneti.

Fin dal primo canto eseguito venni catturato dalla magia di quelle note magistralmente proposte e portato in un altro mondo incantato.

Finito il concerto ero frastornato, oserei dire ubriaco di sensazioni diverse e di contentezza.

Durante il rinfresco post concerto numerosi furono i canti intonati dai coristi del Marmolada, cui si unirono anche molti dei coristi della nostra corale; canti che non avevo mai sentito.

Ma, quando quasi tutti se ne furono andati e ci ritrovammo in quattro sul sagrato della chiesa, fui nuovamente catturato dall’incantesimo vissuto durante il concerto: io incapace di andarmene, prigioniero di quelle note sommessamente cantate da tre sole persone.

Cantarono per quasi tutta la notte, e quando intonavano uno dei pochi brani che conoscevo cercavo di unirmi a loro.

Cantarono sottovoce, delicatamente e l’armonia, anche se si era ancora nella stagione invernale, fece si che parecchie finestre si aprirono e molte persone si affacciarono per ascoltare.

Poi tutto finì e ce ne tornammo a casa.

Tuttavia ero ancora preso dall’ incantesimo che ora mi faceva desiderare di poter  essere anch’io uno di loro.

Il martedì successivo, alle prove della corale parrocchiale, scoprii di non essere il solo ad essere stato ammaliato dal Coro Marmolada e, quando uno annunciò: “…vado a vedar se i me tol …”, con altri tre, dissi: ci provo anch’io.

E da allora alla domanda perché cantare in un coro? e, soprattutto, perché cantare in un coro di ispirazione popolare? rispondo così:

Perché da soddisfazione? Banale. Può andare bene per un breve periodo, ma quando l’impegno richiesto diventa troppo oneroso, la semplice soddisfazione è insufficiente.

Perché quando canti ritrovi l’incanto della fanciullezza? Forse. Anche i fanciulli poi crescono.

Perché si riesce a fare armonia? Già siamo nella fase “erudita e fredda”; non può durare, non siamo professionisti.

Perché i canti di “montagna”, quelli di trincea della grande guerra e dell’ epopea degli alpini nella seconda guerra mondiale, le poesie di De Marzi, le pregevoli armonizzazioni dei vari Dionisi, Pedrotti, Bon, Vacchi, Malatesta, ecc., ecc., ecc., sono belli?

Può essere, ma da soli non meritano, un impegno assiduo e pluridecennale.

Allora perché? La risposta l’ebbi in occasione di una Tournée in Svizzera quasi appena entrato in organico del Coro.

Avevamo appena terminato il concerto nella sala delle udienze generali presso le Nazioni Unite quando sentii un funzionario, con gli occhi lucidi dall’ emozione, dire al nostro maestro: “… abbiamo ascoltato altri cori cantare in questa sala, alcuni decisamente bravi, ma voi … voi ci avete toccato il cuore, ci avete fatto sognare …”.

Ecco che di colpo mi resi conto che è l’incantesimo di quel mio primo incontro con il Marmolada che si ricrea ogni volta che cantiamo.

Ed è questo incantesimo che si sviluppa,  leggero ed impalpabile come le magie delle saghe e delle leggende delle Dolomiti, dai nostri cuori estendendosi a quelli di chi ascolta la vera risposta alla domanda.

Ora il compito di tutti i cori, è fare in modo che il desiderio di ricreare questo incantesimo sia tramandato alle nuove generazioni perché anche per loro valga il detto: “ … quando senti qualcuno cantare (aggiungo io cantare in coro) fermati; chi canta non è mai cattivo”.

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