I convegni di Bressanone e Conegliano

a cura di Paolo Pietrobon

E’ utile riprendere questa nostra rubrica dopo qualche tempo, per tenerci in contatto con i “ragionamenti” che vanno maturando nel mondo della coralità, il nostro, e confermare a Marmoléda il suo carattere di strumento di dibattito culturale.

 Nel frattempo, pur senza iscrizione formale alla rubrica, è continuato tra noi e con altri lo scambio di opinioni, è continuata una ricerca: basti pensare alle analisi storiche di Sergio Piovesan sui testi di tante “cante”, o all’intervento di Toni Dittura “non basta un passato glorioso; a meno che esso non sia la spinta per una proiezione nel futuro…”); e di Lorenzo Bettiolo, sull’impegno che spetta ai cori per la non cancellazione storica “di testi e musiche dei canti popolari”; e di Enrico Pagnin che, riprendendo una fortunata battuta di Cavasin sul tema dell’ interpretazione: “dobbiamo indossare il saio per rendere il senso, esemplificando, del pregare monacale”, insisteva sull’apporto dato da una corretta sensibilità interpretativa al successo del Marmolada stesso; o infine degli amici del Monte Cauriol, e con quale spirito!, sullo stesso argomento, e soprattutto sulla necessità di arrivare al cuore di chi ci viene ad ascoltare, e di altri…

Qui voglio proporre, davvero schematicamente, i risultati più significativi, anche se non sempre “nuovissimi”, di due convegni, trentino il primo, veneto il secondo, che hanno fatto il punto sul canto corale di ispirazione popolare.

Del primo Il canto di ispirazione popolare: verso quale futuro?, organizzato dal Coro Plose di Bressanone nel Settembre del 2002, ed utilmente intriso di riferimenti alla tradizione, alla globalizzazione, al potere dei media, alle scommesse di autenticità e qualità, vale citare, di Giorgio Vacchi, l’insistenza su ricerca ed armonizzazione quali componenti che determinano l’identità del canto d’ispirazione popolare, che fu elemento di una cultura popolare da alcuni chiamata subalterna di cui si scopriva l’esistenza negli anni ’20 e ’30, e sul fatto che proprio l’impegno di ricerca gli consente, da tempo ormai, di lavorare sulla modificazione delle componenti espressive e dedicarsi alla scelta di temi “regionali”, compreso l’allargamento del coro alle voci femminili. Anche per il futuro Vacchi è ottimista: c’è in lui una fiducia strategica nel “potere dell’arte”, la convinzione che l’anima popolare mantenga le proprietà di ascolto e “risentimento” sempre, a prescindere dalle contingenze storico-tecniche che la vogliano condizionare ed attutire.

Marco Maiero rappresenta invece il rischio di una contrapposizione tra radicalità dello sperimentare ed impoverimento della capacità di imparare, e propone “un ispirato slancio melodico, il cantare nella libertà, che ha solo bisogno della cantabilità… poiché la musica contemporanea ha voluto mettere in discussione tutto: la melodia, la forma e l’armonia… e tutto ciò proprio quando la coralità ha dovuto affrontare problemi di visibilità e vivibilità in due decenni (anni ’80 e ’90 in cui un’industria discografica più che mai organizzata e spietata ha pesantemente condizionato l’appetito musicale del consumatore”.

Come convivere allora con la modernità, come stare nel mondo anche quando si canta è motivo che gradatamente conquista le attenzioni del convegno, anche nel fare il punto sul Canto degli Alpini.

Se ne occupa Massimo Marchesotti, prima di tutto con un’utile nota storica sulla formazione dei primi cori popolari in Trentino e in Friuli e, per osmosi, nel Canton Ticino, aree influenzate dalla tradizione corale austro-ungarica e svizzero-tedesca, e sul loro innesto nel repertorio di “canti degli alpini” della Prima Guerra Mondiale, rimasto sostanzialmente omogeneo fino agli anni ’60. E’ di Marchesotti, poi, una definizione molto efficace del prodotto musicale del Maestro di Arzignano, i cui canti “rappresentano una visione dolorosa e amara di un mondo incapace di un possibile riscatto…”, e l’insistenza sul valore del recupero di legami reali con il proprio territorio attraverso una ricerca musicale e poetica autonoma.

E Bepi De Marzi, che da tempo ci abitua ad interventi forti, appuntiti, non conformi ad un’abitudine al quieto sopravvivere, e non solo nell’arte, ma nella sensibilità sociale, nel risentimento civico, si affida ad alcune annotazioni di una sottile ironia e ad un pronunciamento stilistico nettamente orientato al recupero di ispirazione e cantabilità “sono veramente felice quando sento cantare a una voce in un rifugio, a una festa, o all’osteria, uno dei miei canti… ecco, credo proprio di essere un compositore di liscio corale

 Con Armando Corso il ragionamento approda ad una sintesi efficace, anche didatticamente: “ Fu creato un nuovo linguaggio (dalla “celeberrima ed amatissima” SAT) come sintesi di esecuzione ed armonizzazione… pochi cori  hanno tentato delle vie nuove valide, con il recupero di canti della tradizione e la loro restituzione con esecuzioni ispirate, è basilare l’espressività… con un’attenzione: un coro che esegue un canto popolare non può reinterpretarlo perché sulla materia prima originale della melodia tramandata si sovrappone la sensibilità del musicista che la riveste di un’armonia…

I colori della tavolozza? RITMO, TIMBRO, ALTEZZA DELL’ESECUZIONE, ARMONIZZAZIONE”.

Se non che gli atti del convegno, intelligentemente, raccolgono pure gli interventi di un sociologo, Pier Giorgio Rauzi, il quale tratteggia gli elementi, sociali, di costume, di tradizione, di merito artistico, che rappresentano tutto il fenomeno della Coralità alpina (e popolare), sebbene con particolare riferimento all’area trentina. Eccone alcuni, schematicamente: il nascere della tradizione corale alpina, che qualche studioso definì “Tradizione inventata”, pratica di natura rituale e simbolica, negli anni ’20, quasi contemporaneamente alla realizzazione della radio da parte di Marconi; la prevalenza, fino ad allora, delle sonorità corali liturgiche…“In chiesa imperava, a partire dalla seconda metà dell’ ottocento, la Riforma Ceciliana che nel Trentino fu assai presto recepita con grande rigore e intendeva riportare la musica liturgica al rigore della polifonia di ascendenza palestriniana post - tridentina, con la conseguente esclusione dal canto liturgico degli strumenti musicali ad eccezione dell’armonium (non così nell’area tedesco-altoatesina-n.d.r.), nonché delle voci femminili, poiché le donne non potevano accedere al Presbiterio”; la riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II (anni ’60) che praticamente toglie di mezzo il repertorio ceciliano e liquida i cori parrocchiali, favorendo il proliferare dei cori alpini; la collocazione della coralità alpina come fenomeno culturale che nasce in un contesto urbano, laico, presentandosi funzionale al processo di modernizzazione e alle sue dinamiche; la constatazione per la quale in Alto Adige/Südtirol non si coglie questo fenomeno perché la coralità alpina risente molto, alle sue origini, di una italianità di tipo nazionalistico ovviamente estranea, alla popolazione di madrelingua tedesca…

Importanti le sue conclusioni, infine, valide per l’intero Convegno: “…è compito della memoria strappare il passato dall’abbraccio soffocante della retorica… evitare alle canzoni quel che accade agli oggetti che diventano obsoleti: diventano muti, perdono il dono della comunicazione, alle giovani generazioni non dicono più niente, né come si chiamano, né chi li faceva, né chi li usava e a che scopo, quando invece potrebbero ancora dire qualcosa di interessante, se affidati a una memoria che li sappia collocare in un contesto in grado di far rivivere il passato non per rimpiangerlo, ma per farne oggetto di conoscenza, per trarne le coordinate su cui costruire identità…”. Fin qui Bressanone.

Ma riprende il confronto, più recentemente, nel Marzo del 2004, a Conegliano, nella “Giornata di studio sulla coralità di ispirazione popolare”, organizzata dall’ASAC e coordinata da Bepi De Marzi, su temi rilevanti davvero: Concerti, Incisioni e video, Repertorio, Scambi tra cori, Viaggi all’estero, Sovvenzioni, Anniversari, Concorsi, Ricambi, Organizzazione interna.

Rinviando al sito web dell’Asac (anche per il convegno bressanonese) per un resoconto integrale, ne richiamo qui alcuni tratti essenziali, i quali hanno riguardato: la constatazione di una globalizzazione forse positiva sul piano tecnologico, ma non sempre rispettosa dei valori della solidarietà, della tradizione, della consapevolezza della propria storia (Miorin); la creatività come capacità di porsi delle alternative e funzione del miglior prodotto musicale (Zotto); la carenza di giovani nei cori per lo smarrimento dell’amicizia…la stanchezza dei tradizionali concorsi…il problema delle presentazioni e della conduzione dei nostri concerti, spesso sciatte e senz’anima…una gratuità scontata delle nostre esibizioni che ormai è diseducativa…e il fatto che in troppe chiese è sempre più difficile cantare (De Marzi); l’attenzione dovuta alla regia dello spettacolo, ai tempi di attenzione del pubblico….ai ricambi generazionali che possono essere dolorosi, ma sono necessari…alla scelta oculata dei professionisti cui affidare le eventuali videoproduzioni (Anderloni); il desiderabile studio della musica da parte dei coristi e di qualche direttore (Direttore di Parma); l’utilità delle incisioni, se fatte con intelligenza e senza esagerazioni ripetitive (Basso); la fatica, per una giovane direttrice di coro, di inserirsi ed interagire con un gruppo anagraficamente distante e molto coeso per tradizione (Gabriella Genova,Venàs); la difficoltà della nostra musica ad entrare nei circuiti culturali cittadini ed istituzionali, nei programmi culturali delle Amministrazioni (Tieppo); il problema di doversi considerare selettivamente le qualità offerte dai nostri complessi corali, soprattutto per stimolarne la consapevolezza (Di Biasi, Basso); l’esigenza infine di un'attenzione non tradizionale alla realtà corale giovanile, così presente ed esplicita nel Convegno (Pietrobon); l’affermazione conclusiva del fatto che, nonostante sia per noi ostico il rapporto con il cosiddetto mercato della musica, come per i bei libri, così per il bel canto non vi sarà decadenza (Miorin).

Come risulta evidente, chi come noi opera nel canto di ispirazione popolare si muove su terreni importanti: la cultura collettiva, l’attenzione alla storia della comunità, la qualità dei comportamenti artistici, l’attitudine alla fattiva socialità e gratuità. Cose che vanno anche oltre il pur fondamentale piacere che se ne ricava personalmente e che, per il Marmolada impegnato nei prossimi mesi su un progetto di conquista di nuove attenzioni e contributi, giovanili innanzitutto, ma non solo, costituiscono il fondamento necessario per la percezione da avere di noi stessi e per l’autorevolezza da esprimere nei confronti di coloro, persone o istituzioni, che vogliamo attenti e disponibili al nostro impegno.

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