QUANTO
VORREI ESSER MUSICISTA…
Parte seconda: ‘ Tracce del Sacro
nell’Italia Centrale’
Paolo
Pietrobon
Scelgo
di mantenere anche in questa seconda ricognizione il riferimento agli elementi
di canto e poesia d’ispirazione popolare che prevalentemente ‘scaldano il
cuore’, ovviamente tenendo in considerazione, ove necessario, altri ambiti e
contesti di studio e osservazione.
E
quindi sarò parzialissimo, solo accennando, per il tramite di brevi ma
autorevoli citazioni, alle giacenze culturali di fondo da tenere in
considerazione allorché si tratti del ‘popolare’ in quella preziosa fetta
d’Italia.
La
prima, per la quale ‘con la Toscana,
siamo nel centro, non solo geografico, e non solo della letteratura popolare ...
(per i) ... caratteri di questa regione, categorici dell’intera vita italiana
… Qualunque sia l’origine dei canti popolari toscani … essi si presentano
sempre linguisticamente come prodotti indigeni e autonomi … Infatti un
‘cantante’ popolare e un poeta ‘culto’ usano la stessa lingua,
l’identica grammatica, gli identici termini strumentali … e per la poesia
popolare e la poesia colta toscana i sintagmi (1) sono gli stessi, o
si tratta, a differenziarli, di una graduazione puramente epidermica (2)’.
Il che, in qualche modo, ha a che fare con la funzione strutturante e
prevalente, ai fini del consolidamento della nostra lingua nazionale, della
parlata toscana, la cui nettezza e vigore secolarmente godettero
dell’affezionata rilucente cura dell’Arno, tanto da trascinarvi, in
affannosa ricerca dello stile ‘duraturo e pulito’, il mitico Alessandro
Manzoni, che in quell’acqua scese a sciacquare i suoi ‘panni’.
E
l’altra, che chiarisce come ‘Dove non
ci siano elementi di realismo, o di ‘ingenuità’, riducente l’orizzonte
all’umilissimo ambiente rurale, la tendenza principale della stilizzazione
popolare è quella verso il mito: tendente a restituire il mondo sotto forma di
una fissità leggendaria, o magica…(come nelle) regioni centrali, Toscana,
Marche, Umbria, Alto Lazio, o delle regioni meno arretrate del Meridione,
Napoletano, Sicilia (3)’. Con la conseguenza, credo di capire,
di una sorta di parallelismo tra stile, parola e canzone eruditi da un lato, e
contenuti dall’altro in qualche modo appartenenti a una ‘letteratura’, e
cioè a una tradizione di modi espressivi e di immaginazioni rispettosa di un
codice linguistico riconosciuto come stabile, omogeneo, poco adatto a subire
‘manipolazioni’ suggerite dal sentimento del ‘piccolo popolo’, dalle sue
fideistiche o affettive rappresentazioni, sia del proprio quotidiano vissuto
(guerra, amore, fatica, sventura), che del patrimonio ereditato dalle visioni e
suggestioni relative al trascendente, al campo etico e morale (afflato
religioso, interiorità, preghiera, illuminazione, o perdizione).
Con
fortunate (per lo studioso e l’appassionato) eccezioni e interconnessioni,
capaci di tenere assieme ‘cultura’ e ‘ispirazione spontanea’ salvando
l’afflato lirico, la commozione liberatoria, una lingua robusta assai e
insieme scarna, leggera, essenziale. E’ il caso della Passione,
per metà rappresentazione processionale e per metà rustico illuminato poemetto
di addolorata meditazione, contenuta nei Canti
popolari umbri del Mazzatinti (1883, n. 329), ‘pezzo superbo’ e
‘gloria della raccolta’ per Pasolini, della quale ritengo utile e bello
riportare parte del testo, rinviando ad altro appuntamento la curiosa
illuminante relazione di essa con la grande tradizione della letteratura sacra
nell’Italia Centrale, da Jacopone da Todi a Dante Alighieri.
(Maria)
Aspetta che lo su’ fijo s’arvenga:
Quanno
del fijo je venne novella.
Decco
Giuanne che a lei se ne viene:
‘
Giuanne avete visto lo mi’ fijo?’
‘Sì
che l’ho visto e ce so’ stato con esso
E
sulla croce me l’honno già messo.’
‘E
tu, Giuanne, nun l’abbi aiutato,
Che
t’era commo ’n fratello ‘ncarnato?’
Trova
le pantanelle del su’ sangue:
Piangeva
e l’abaciava e le strignea
Ch’era
lu sangue del fijolo suo.
Quanno
arivòne a la prima citàe
Ancontrò
‘l fabbro che féva li chiodi:
‘E
dio te salvi, fabbro, ‘n cortesia,
Quisti
ènno i chiodi de lo fijio mio?
Fateli
così belli e più sottili
Ch’hon
da passà quelle carni gentili.’
‘E
grossi e brozzoluti i vojo fà’
Carni
gentili ce vo’ flagellà’
E
su sta croce le vojo ‘nchiodà.’
Poi
la povera madre implora il fabbro ‘che facéa le lance’, e più in là il
‘maestro che facéa la croce’, e ancora al figlio che le chiede dell’acqua
sospira disperata ‘Podreste abbassà ‘l vostro santo capo / la zinna ‘n
bocca io ve metteria / e i santi labbri v’arinfrescarìa’, per poi, al colmo
dello strazio ‘Quanno Gesù lo fijolo de Dio / ‘l fiele co’ l’aceto se
bevea / alora svenne con dolor Maria’.
Forte
la rappresentazione, capace di prendere il meglio dell’iconografia passionale
dai grandi pittori del Medio Evo e del Rinascimento, e della sconvolgente
narrazione evangelica; anche la lingua, non ‘dotta’, manifesta struttura e
coesione non primitive: ma a tutto s’accompagnano splendide immagini e
ancestrali emozioni, quelle di una madre instancabilmente alla ricerca di un
sollievo per il povero figlio, nonostante risposte sempre uguali, sempre
negative e cattive, e capace di riproporre a quel figlio, divorato nell’anima
e nella carne dalla ferocia di un’umanità che pure è venuto con quel
sacrificio a redimere, il proprio seno, quel latte della vita e dell’amore
incondizionato al quale, adesso, è negato ogni potere di ristoro e
consolazione, per togliere a quel figlio anche l’ultimo e il primo amore,
l’unico forse avvicinabile alla sua divina essenza, l’amore di una madre
concreta, la madre che lo partorì con dolore e speranza. Un dire popolare,
costruito sullo schema della filastrocca sequenziale e ripetitiva, buono per gli
affabulatori e i cantastorie di strada, che insieme emana l’intensità e la
poesia della buona letteratura.
1)
S’intende per ‘sintagma’ un gruppo di parole organizzato in una
frase in modo da avere e comunicare un preciso significato.
2)
Dal citato Canzoniere italiano, a cura di P. P. Pasolini.
3)
Idem.