INDOSSARE IL SAIO di Enrico Pagnin
L'autore, baritono nel "Marmolada", sospinge la ricerca e le riflessioni sul binario decisivo dell'interpretazione e dell'atteggiamento tecnico-attenzionale necessario per "produrre qualità", non solo generica ripetitività o presenzialismo dalla corta sopravvivenza
Si stava imparando un nuovo brano. - Puer natus in Betlehem- partivano i bassi.
-Alleluia- rispondeva il resto del coro.
Si riprovava in modo diverso. - Puer natus in Betlehem- partivano i bassi assieme ai baritoni. Alleluia- rispondevano tutte e quattro le voci.
Non andava.
- Puer natus in Betlehem- partivano tre solisti scelti tra baritoni e bassi. Alleluia rispondevano tutti gli altri.
Lucio scuoteva la testa, insoddisfatto. Ma non capite che questo non è un canto di alpini? si lamentava.
Intervenne Franco Cavasin:- Ragazzi, se vogliamo esprimere esattamente lo spirito di questo canto, dobbiamo indossare il saio. Metterci nei panni di questi monaci che cantano la nascita del loro Signore.
Cera da sorridere, perché in fatto di fede, a quel tempo, Franco manifestava una posizione di ateismo pratico con qualche punta di anticlericalismo, ma in fatto di interpretazione artistica aveva colto nel segno: solo indossando mentalmente il saio benedettino, si può esprimere lo stupore commosso, la religiosità densa di gratitudine che quel canto voleva comunicare.
In effetti, credo che il principale fattore sul quale il Marmolada ha costruito il suo successo sia proprio linterpretazione. Farsi pastorella sedotta, o alpino rassegnato alla morte, o merlo innamorato di una colomba non è semplice. Ma se questo succede (e qui entra in gioco la sensibilità di Lucio, accompagnata dalla capacità di trasmetterci con la mimica facciale e gestuale delle emozioni e dei sentimenti), il pubblico viene coinvolto e non soltanto ascolta, ma vive la vicenda che il canto presenta.
Bisogna ammettere, purtroppo, che questi momenti di grande tensione interpretativa non sono frequentissimi.
Labitudine, una certa saturazione, tipi di pubblico un po freddino, ambienti dalla cattiva acustica e altro impediscono spesso a noi coristi di entrare in quello stato di intensa concentrazione che permette di immergersi nella parte e viverla nei modi che ci comunica Lucio in quel momento.
E, daltra parte, dubito che questa capacità di "indossare il saio" si possa insegnare, in modo da essere sempre pronti, in qualsiasi condizione. La sensibilità uno ce lha, oppure no. Durante le prove, allorché il clima più rilassato e la mancanza di spettatori rendono fatalmente più debole limpegno, è facile cadere in grossolani errori, del tutto evitabili con un minimo di attenzione : entrare a mo di cannonata sui "don" di campana, nel vespro della campagna friulana. Oppure martellare vistosamente eseguendo "il-cac-cia-tor-del-bo-o-sco". Per non parlare della tendenza a cantare, con le stesse modalità, la disperazione di una sfruttata contadina emiliana di inizio secolo e la libidinosa "avance", sussurrata durante una "brasolada", da un brillo convitato ad una sua antica amante. Però in concerto è diverso: il coinvolgimento può fare miracoli. Credo non ci sia una spiegazione precisa: per qualche motivo, il maestro, i coristi e il pubblico diventano una cosa sola. Diventano Manuela che si scotta la mano toccando una stella. Diventano emigranti italiani, orgogliosi di aver costruito paesi e città. Diventano spirito di un friulano sepolto sotto le stelle alpine che va a consolare lamata.
E un esperienza esaltante (differente da quella delle normali esecuzioni, dignitose, ma niente di più). Il pubblico la percepisce come un dono e reagisce con generoso entusiasmo.
Guardando indietro nel tempo, ci è capitato di cantare in rassegne dove si esibivano cori che, bisogna riconoscere, erano tecnicamente molto superiori a noi ed eseguivano repertori di grande difficoltà. Però alla fine, dalla risposta del pubblico, si capiva che eravamo noi a "vincere" il confronto quando, in serata di grazia, riuscivamo con i nostri semplici testi popolari e le nostre semplici armonizzazioni a regalare unemozione, suscitare delle immagini, trarre dal profondo di ogni spettatore una capacità poetica che lo lasciava felicemente sorpreso.