Vie nuove da percorrere nel canto di ispirazione popolare

di Sergio Piovesan

In un suo articolo sulla rivista Choraliter (1) dal titolo “Quando la tradizione si rinnova“, Carlo Berlese, traendo spunto dall’assioma che “i cori popolari cantano sempre le stesse cose da vent’anni e più”, cerca di segnalare delle esperienze interessanti al fine di reinventare il modo di comunicare e di emozionare il pubblico con delle proposte nuove, non solo musico-corali.

L’autore non vuole, e non sa, dare soluzioni  e, perciò, segnala due strade che gli sembrano “nuove”.

La prima è quella di proporre i canti popolari nel contesto dove venivano cantati, con l’aiuto anche di strumenti popolari di vario tipo, con minimi interventi di arrangiamento, il tutto per coinvolgere il pubblico con la semplicità. Insomma, quasi una forma teatrale.

La seconda proposta prende in considerazione l’elaborazione dotta e molto spinta e porta ad esempio i canti degli alpini eseguiti per coro e quartetto d’archi ad opera del maestro Mauro Zuccante.  Così scrive di questa esperienza: “L’uso del quartetto d’archi e coro con un linguaggio che filtra esperienze post moderne e sensibilità tipiche della coralità amatoriale connota un lavoro veramente interessante e accattivante”.

Personalmente credo che le due proposte non abbiano alcun valore se gli esecutori si accontentano solo di presentare formule nuove senza che via sia qualità, e questo credo sia la vera causa della crisi del canto corale di origine popolare, sempre che sia giusto usare il termine “popolare”.

Ritengo, comunque, che ci sia necessità di innovazione e che non si possa andare avanti sempre con gli stessi schemi; è necessario, quindi, trovare nuove forme sia musicali  sia di spettacolo e di presentazione.

A questo riguardo vorrei proporvi una terza soluzione, strada o esperienza (chiamatela come vi pare), alla quale ho avuto modo di essere presente.

Si tratta di un evento di quest’e- state nella Chiesa Parrocchiale di Raveo, nell’ambito di una manifestazione che prende il nome di “Carniarmonie” e che, già da diciassette anni, porta della buona musica nei luoghi, spesso incantati e poco conosciuti, della montagna friulana.

Nell’ambito di questa rassegna si è esibito a Raveo, nel giorno dell’Assunta, il Coro Panarie di Artegna (UD). Il coro, però, non si presentava da solo, ma assieme ed alternato a musiche d’organo, voce recitante e proiezioni di quadri.

Lo spettacolo/concerto prendeva ispirazione da una serie di acquarelli formali ed informali dal tema “Luce, Acqua, Vita nei Vangeli di Giovanni”; i colori predominanti erano il giallo e l’azzurro. Su queste raffigurazioni della pittrice Anna Sonvilla, il musicista Luciano Turato ha composto brani per solo organo e per solo coro, il tutto legato da una voce recitante. Devo ammettere che, all’inizio, sono rimasto un po’ shoccato per questo nuovo modo di dare spettacolo, ma nel sentire il coro, che poi era la parte che più m’interessava, sono rimasto piacevolmente sorpreso. 

Il Coro Panarie nasce inizialmente come esecutore di villotte tanto che assume quale propria denominazione, il nome di “panarie”  che significa madia, mobile caratteristico dell'antica cucina friulana; nel corso degli anni il complesso si evolve e si matura verso forme musicali “colte” non dimenticando, però, le origini. Si tratta di un coro misto, di un buon coro misto, dove -cosa rara- non hanno supremazia gli acuti delle voci femminili.

Tornando allo spettacolo, devo solo precisare alcune cose che mi sono piaciute di meno: in primo luogo uno schermo eccessivo che copriva tutto l’altare maggiore (la chiesa è di notevoli dimensioni) nascondendo il coro che, in questo modo, non si vedeva e, quindi, risultava sacrificato (lo schermo avrebbe potuto essere piazzato lateralmente); poi, in certi momenti, c’era uno sfasamento fra i finali dei brani d’organo e le proiezioni, che continuavano prima di passare alla voce recitante che introduceva un altro tema (si sono raggiunti anche 45 secondi di “tempi morti”, il che non è poco); infine devo rilevare che, essendo il direttore del coro, il maestro Paolo Paroni, anche l’organista, c’era un via vai eccessivo tra la postazione dell’organo e l’altare maggiore.

Ma, nonostante queste sfasature, nel suo complesso, lo spettacolo-concerto ha avuto modo di proporre musiche nuove, musiche piacevoli e bene eseguite, che hanno tenuto inchiodati ai banchi gli spettatori per oltre un’ora dopo la quale un lungo e caloroso applauso ha premiato gli artisti: pittrice, cantori, organista, voce recitante ed autore delle musiche.

Anche questo mi sembra, dunque, un modo di rinnovarsi, ma, come sempre, è importante una buona esecuzione.

 Note

1) Rivista della Feniarco (Federazione Nazionale Italiana Associazioni Regionali Corali)

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